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	<title>Italia - Cosa Pubblica. Libra</title>
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		<title>Saverio Masi : “La nostra non è democrazia incompiuta ma soporifera dittatura che si alimenta con la corruzione”</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2015 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo già parlato in passato del Maresciallo Saverio Masi https://goo.gl/wFmSEv e della sua vicenda perfettamente allineata col sistema Paese, quello che vede in posizioni di privilegio solo chi si lascia corrompere. Torniamo sulla sua vicenda, perché colpiti da un discorso tenuto ieri all’Università di Modena e Reggio Emilia. Un discorso che riproponiamo in versione integrale [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo già parlato in passato del <strong>Maresciallo Saverio Masi</strong><a href="https://goo.gl/wFmSEv" rel="nofollow" target="_blank" class="external external_icon"> https://goo.gl/wFmSEv</a> e della sua vicenda perfettamente allineata col sistema Paese, quello che vede in posizioni di privilegio solo chi si lascia corrompere.</p>
<p>Torniamo sulla sua vicenda, perché colpiti da un discorso tenuto ieri all’Università di Modena e Reggio Emilia.</p>
<p>Un discorso che riproponiamo in versione integrale proprio perché meritevole di piena letturaIl Maresciallo Saverio Masi ha messo in evidenza tre punti fondamentali alla comprensione di quel che ci sta accadendo intorno, a livello legislativo, economico e culturale.Rapporti fra politica e criminalità organizzata, informazione deviata, e una legislazione impropria e inutile lontana dalla vita reale.L’auspicio, è che questo tipo di comunicazione, vera e concreta nel suo presentarsi, sia presa ad esempio da altri.</p>
<p>Buona lettura</p>
<p><strong>Saverio Masi</strong> – 05/10/2015 – <strong>Università di Modena e Reggio Emilia</strong></p>
<p>Un ringraziamento sentito per l’invito a discutere di problematiche che sicuramente non hanno mai riguardato soltanto noi siciliani ma che hanno, ormai da troppo tempo, creato una metastasi che ha reso la nostra, una Democrazia incompiuta.</p>
<p>Le <a href="https://www.cosapubblica.it/riflessioni/">riflessioni</a> che vi sottoporrò non hanno ovviamente nessuna pretesa di esaustività; mi auguro però che ciascuno di voi sia sollecitato da questi spunti a fornire una spiegazione a quanto di più illogico, antisociale ed ormai ridicolo sta accadendo nel nostro Paese negli ultimi decenni.</p>
<p>Iniziamo ad evidenziare un dato di fatto inoppugnabile e cioè che la mafia, per mantenersi in vita, deve necessariamente controllare l’attività della pubblica amministrazione. A confermare tale ipotesi e’ un “autorevolissimo” personaggio contemporaneo, il capo dei capi di “cosa nostra”, Totò Riina, che così come riportato da un altro sodale stragista afferma che la mafia, senza l’appoggio della politica, sarebbe una normalissima banda di criminali destinata ad essere debellata.<br />
E spesso, interloquendo con Voi studenti, mi viene chiesto cosa occorre fare per sconfiggere la mafia.</p>
<p>Ebbene, la risposta ce l’ha fornita proprio il più grande stragista di “cosa nostra”; occorre recidere i rapporti tra la mafia e la politica. E se la politica non intende ascoltare le indicazioni di folli magistrati, palermitani e non, accusati di essere delle toghe rosse, mentalmente disturbati ma che a Palermo stanno rischiando di morire nel tentativo di fornire le prove di quella scellerata trattativa da sempre esistita tra la mafia e lo “stato”, allora la politica, ascolti quantomeno i consigli dell’esperto numero uno, Totò Riina, il quale afferma proprio che per sradicare la mafia occorre recidere i rapporti con la stessa politica.</p>
<p>Se a fornirci la soluzione di tutto è proprio questo scaltro contadino corleonese, essere consapevole della fondamentale importanza del mantenimento dei rapporti tra la mafia e la politica perché lo Stato non ha mai preso misure idonee ad arginare questo fenomeno? Il risultato è sotto gli occhi di tutti; la mafia continua ad avere un controllo del territorio diffusissimo mentre la corruzione è ai massimi livelli mentre mentre su circa 65.000 detenuti solo una decina sono quelli condannati per corruzione.</p>
<p>Oggi, a prescindere dal colore politico di appartenenza, solo degli ingenui cittadini possono pensare che questo atteggiamento di perpetua inconsistenza legislativa nei confronti del fenomeno corruttivo, non sia legato a ragioni di convenienza elettorale che di conseguenza genera un esercizio del potere a forti tinte mafiose.</p>
<p>Vogliono far passare mediaticamente la scoperta degli intrecci tra mafia e politica come una costante novità; legami invece da sempre esistiti e che non sono mai stati puniti penalmente in maniera esemplare e con finalità preventive.</p>
<p>In questa maniera si è data addirittura la possibilità ad elementi di spicco della criminalità organizzata di diventare essi stessi dei colletti bianchi infiltrandosi in posti chiave della nostra pubblica amministrazione.</p>
<p>E’ assolutamente chiaro che per le organizzazioni criminali è diventato di gran lunga più proficuo intercettare, attraverso la corruzione di politici e funzionari pubblici, parte degli stanziamenti previsti per il finanziamento delle opere pubbliche. E’ sicuramente più redditizio puntare sulla gestione degli appalti che dedicarsi esclusivamente alla gestione degli stupefacenti e delle estorsioni.</p>
<p>E per avere una visione completa di quanto sia realistica la drammaticità del fenomeno corruttivo vi riporto quanto accaduto durante le indagini della Procura di Palermo che hanno poi permesso di arrestare tale Giuseppe Guttadauro in quel momento a capo della famiglia mafiosa di Brancaccio ma che oltre ad essere un capo mafia, era anche il primario del più importante ospedale palermitano. Ebbene, dalle intercettazioni cui era sottoposto questo primario mafioso, emergeva che questi discuteva con un altro sodale, anche lui arrestato, di come condizionare la scelta dei candidati alle elezioni regionali siciliane, ma non solo; discutevano anche dell’elezione del Presidente della Regione Sicilia ( non dimenticate che gli ultimi Presidenti della Regione Sicilia, uno è ancora in carcere per mafia mentre il secondo è stato già condannato in primo grado, credo). Ma proprio a conferma di come sia possibile apparentemente legalizzare l’economia mafiosa, i due intercettati discutevano anche della nomina dei manager nella sanità pubblica, dell’attribuzione dei primariati nelle strutture sanitarie ed anche della costruzione di centri commerciali.</p>
<p>Cosa peggiore, che denota persino la loro lungimiranza nello spremere quanto più possibile mediante la corruzione o addirittura l’infiltrazione di loro sodali nella res pubblica, i due discutevano di come dirottare la nomina di un funzionario amico negli uffici della Regione a Bruxelles al fine di poter essere preventivamente avvisati circa le <a href="https://www.cosapubblica.it/iniziative/">iniziative</a> in cantiere per essere sicuri con le loro imprese create appositamente di intercettare parte del denaro pubblico.</p>
<p>Questo esempio, anche relativamente recente fa capire quanto complesso ed articolato sia il rapporto tra mafia e politica e quanto sia possibile che la mafia diventi parte integrante della politica. Un altro dato di fatto allarmante è costituito da situazioni drammatiche e grottesce di amministrazioni comunali che vengono sciolte per infiltrazioni mafiose e che subito dopo il periodo di commissariamento vengono di nuovo conquistate da amministratori che si scoprono collusi con la mafia.</p>
<p>Ecco perché è fondamentale ed assolutamente necessario continuare ad applicare la fattispecie del concorso esterno all’associazione mafiosa nei confronti di politici, imprenditori, amministratori locali e quanti altri contribuiscono fattivamente al perseguimento degli scopi criminosi kbkgnql. Questo perché spesso, il contributo dei concorrenti esterni all’associazione mafiosa diventa ancora più decisivo per l’espletamento finale del reato di quello degli stessi appartenenti alle organizzazioni criminali.</p>
<p>Per debellare la mafia diventa quindi fondamentale che la politica contrasti in maniera legislativa più incisiva il fenomeno dello scambio elettorale politico mafioso. Ed invece è avvenuto che la nuova Legge, la 62 del 17 aprile 2014 che ha sostituito il testo del 416 ter, prevede la punizione per la condotta che consiste nell’accettazione della promessa di procurare voti in cambio della sola promessa di erogazione di denaro o altra utilità, ( passo in avanti questo rispetto al 416 ter che prevedeva solo lo scambio di denaro) mediante il 3° comma del 416 bis, ovvero della forza di intimidazione del vincolo associativo, come se il mafioso usasse la forza fisica o un arma per convincere l’elettore a votare a favore del politico colluso, quando invece tutti noi sappiamo che non è così perché la mafia per convincere i cittadini a votare a suo piacimento usa quasi sempre la condizione di necessità donando spesso e non di rado persino generi alimentari. In questo modo si rende difficilissimo, se non impossibile provare il reato.</p>
<p>Invece mediaticamente e propagandisticamente tale legge è stata con falsità spacciata un passo in avanti nella lotta alla corruzione mentre di fatto ne azzera concretamente la portata applicativa con conseguenze nefaste per la<br />
Giustizia e quindi per il benessere sociale.</p>
<p>Ed ancor di più ridicola ed incomprensibile risulta la decisione dei nostri legislatori di prevedere una pena di gran lunga più contenuta rispetto a quella del 416 bis.<br />
Peggiore è il disegno di Legge 1232 volto a limitare la custodia cautelare in carcere che ne prevede l’applicazione per il reato di cui all’art. 416 bis e non per lo scambio politico elettorale mafioso.</p>
<p>Questi sono i fatti e gli spunti da cui mi auguro riuscirete a trarne le vostre logiche deduzioni.</p>
<p>Personalmente sono convinto che si vuole così ignorare l’evidenza di un sistema criminale integrato che vede mafia e corruzione politica sullo stesso piano.</p>
<p>Obiettivamente credo che i nostri politici sappiano che queste logiche deduzioni e riflessioni siano la soluzione del problema ma che non vogliono o non sono in grado di applicarle perché in una situazione di ricatto da entità esterne.</p>
<p>Non si capisce infatti, perché mentre la mafia, soprattutto quella militare viene oggi combattuta in modo pressappoco adeguata vige invece una situazione di sostanziale impunità per le condotte tipiche della criminalità tipiche dei colletti bianchi con pene assolutamente inadeguate e che quindi non rappresentano nessun aspetto deterrente.</p>
<p>E non ho timore a definire ridicola anche l’esiguità dei termini di prescrizione dei reati legati alla corruzione.</p>
<p>E’ con la mancanza di volontà di combattere questa fattispecie di reati che si conclama la sconfitta della Giustizia perché è proprio lasciando spazio alla commissione dei reati di corruzione che si dà origine ai moltissimi mali della nostra democrazia a discapito di una effettiva Giustizia sociale.</p>
<p>Nessun libero cittadino, di qualsiasi ideologia politica che abbia una obiettiva capacità critica può nascondere a sé stesso che nessun Governo di centro, destra o sinistra che sia, abbia negli ultimi decenni voluto concretamente risolvere il problema della corruzione.</p>
<p>Sarebbe ora che la politica dei grandi ed ipocriti falsi annunci avesse fine e che si mettesse mano ad una riforma della Giustizia che non colpisca soltanto la mafia militare ma anche e soprattutto quella dai colletti bianchi e dei politici collusi per i quali deve essere prevista una pena di gran lunga superiore a quella esistente perché è dalla commissione di questi reati che derivano i peggiori danni per la nostra economia e per il benessere di tutti i cittadini.</p>
<p>Per questo occorrerebbe partire dall’eliminazione di una anomalia quasi tutta italiana che è l’istituto della prescrizione o quanto meno farla decorrere dal momento in cui il reato viene scoperto.</p>
<p>Manca inoltre anche la figura dell’agente provocatore che sarebbe un utilissimo ausilio per smascherare i delitti dai colletti bianchi e quello della corruzione politica ma chissà perché il nostro Parlamento si guarda bene di affrontare il tema dell’introduzione di questa figura.</p>
<p>Siamo quindi lontani anni luce dalla vera politica antimafia che fu invece quella di Pio La Torre, barbaramente ucciso proprio perché faceva addirittura nomi e cognomi evidenziando nelle sue relazioni gli intrecci tra la mafia corleonese ed esponenti apicali della politica.</p>
<p>Questo, a mio modestissimo parere occorrerebbe fare e non minare l’istituto delle intercettazioni boicottando così anche la conoscenza di ciò che realmente accade nel nostro Paese a discapito della Giustizia.</p>
<p>Ovviamente gran parte di questa sporca partita si gioca sul silenzio o sulla disinformazione metodica degli organi di stampa e delle televisioni che mirano a non farci comprendere la triste situazione attuale e di come ci si è arrivati a partire, ma non solo, dal periodo stragista del 92” – “93 da cui è scaturita quella che viene definita la Trattativa tra lo Stato e la mafia; sono invece fermamente convinto che quanto emerso sinora da questo processo, il cui dibattimento viene guarda caso completamente ignorato dai quasi la totalità dei media, sia di importanza cruciale per la democrazia del nostro Paese…<br />
…perché, nonostante il silenzio imposto, e nonostante ciò che alcuni giornali sovvenzionatissimi lascino intendere, la trattativa della mafia con lo Stato continua davvero a gravare sul presente e ad ipotecare il nostro futuro.</p>
<p>Non dimenticate che il silenzio, da parte istituzionale, delle trasmissioni televisive, dei giornali e della quasi totalità degli attori sociali, implica l’isolamento di chi è intenzionato a riportare alla luce quelle indicibili verità che hanno permesso di tessere le trame oscure del potere.</p>
<p>Un silenzio che a Palermo è calato nuovamente a distanza di decenni, e che era stato fatto calare intenzionalemente anche prima delle stragi del 92 -93. Un silenzio creato ad arte e che venne interrotto, non lo dimenticate mai, soltanto dai boati di Capaci e di Via D’Amelio.</p>
<p>Quello che i cittadini non devono venire a sapere è che lo le nostre Istituzioni sono già state messe sotto ricatto da forze eversive interne ed esterne e che con queste forze lo Stato è già sceso a patti come ha stabilito una sentenza della Corte di Assise di Firenze.</p>
<p>Ecco da cosa deriva l’isolamento che ancora una volta vivono alcuni magistrati della Procura di Palermo, oggetto di attacchi di ogni tipo finalizzati ad impedir loro di poter svolgere serenamente le proprie indagini.</p>
<p>Una vera e propria strategia della tensione, e non mi riferisco soltanto agli ordini di morte impartiti dal boss Totò Riina, che ha riguardato quasi tutti gli attori che ruotano attorno a questo processo tra i quali anche il testimone chiave, anche lui minacciato di morte insieme agli stessi magistrati.</p>
<p>Con questo variegato sistema criminale che oltre alla mafia comprende la massoneria ed i servizi segreti deviati, sul vero anti-Stato è calato un silenzio assoluto e la verità agli occhi dei cittadini italiani è stata occultata o stravolta con la diretta conseguenza che nessuno di noi ha potuto riflettere su alcune considerazioni rilevanti. Senza entrare nel merito del Processo che si sta svolgendo a Palermo rivolgiamo la nostra attenzione e pochissimi ma significativi dati di fatto:</p>
<p>– Qualora il processo sulla Trattativa dovesse concludersi con sentenza di condanna, a Totò RIINA toccherebbero pene detentive di pochi anni; una eventuale condanna per lui assolutamente irrilevante visto che ha ormai collezionato una serie di ergastoli;<br />
– Una eventuale strage contro i magistrati che si occupano del Processo sarebbe a rigor di logica assai controproducente poiché andrebbe a sortire effetti indesiderati in quanto finirebbe per essere una conferma di tutto l’impianto accusatorio del processo sulla “trattativa”.</p>
<p>Tenendo presente questi due elementari dati di fatto credo che concorderete con me nel riflettere che non si capiscono le reali motivazioni che hanno spinto il capo dei capi di Cosa Nostra a condannare a morte uno dei magistrati che si occupa del Processo.</p>
<p>La mia opinione è che appare legittimo che qualcuno abbia paura che queste motivazioni vengano a galla e che quello che Giovanni Falcone definì il gioco grande del potere venga alla fine scoperto ma non è più un segreto che le lotte di potere in Italia si sono svolte spesso ed in larga misura nell’ombra così come spesso si è fatto ricorso alla matrice mafiosa per coprire stragi ed omicidi che invece erano di matrice diversa.</p>
<p>E’ un dato di fatto pure questo che lo stragismo abbia segnato tutte le fasi di passaggio della storia di questo paese già a partire dal dopoguerra; la prima Repubblica è nata e si è conclusa nel segno delle stragi: quella di Portella della Ginestra e quelle del 92-93. In altre stragi sono stati provati depistaggi e coperture da parte di esponenti delle Istituzioni. E nello stesso modo anche nelle stragi del 92-93 sono stati commessi depistaggi come quella della strage di Via D’Amelio utilizzando falsi collaboratori.</p>
<p>Esiste una lunga sfilza di dati di fatto che lascia intendere che con quelle stragi si siano saldati o rinsaldati interessi della mafia con quelli di soggetti esterni e prima di avviarmi alla conclusione provo a citarmi quelli che reputo più significativi per le vostre riflessioni.<br />
– L’inizio della trattativa, si fa risalire all’omicidio di Salvo Lima che era il braccio destro ella politica di Giulio Andreotti in Sicilia. 8 giorni prima di questo omicidio tale Elio Ciolini, precedentemente coinvolto nelle indagini per la strage di Bologna, preannunciava davanti a dei magistrati l’inizio di una nuova fase della strategia della tensione con l’omicidio di un esponente politico della DC e l’eventuale omicidio del futuro Presidente della Repubblica. Ed otto giorni dopo l’omicidio si verifica davvero; ucciso Lima, il Ciolini rivela che questo piano di destabilizzazione era stato deciso da esponenti di massoneria, politica e mafia e che le bombe sarebbero arrivate presto anche a nord. E puntualmente scoppiano le bombe a Milano, Roma, Firenze a creare effetti destabilizzanti per l’intero sistema politico che si voleva portare al collasso.<br />
– Successivamente anche alcuni collaboratori di Giustizia svelarono che alla fine del 1991 si era tenuto un summit di Cosa Nostra che aveva deciso di aderire ad un progetto di destabilizzazione politica che aveva tra i suoi artefici esponenti della massoneria deviata, della sfera politica e dell’imprenditoria.</p>
<p>L’interrogativo nasce spontaneo; come faceva questo signore che non era un veggente ad anticipare omicidi e stragi poi puntualmente verificatisi?</p>
<p>Ed occorre anche domandarsi:<br />
– Chi e perché aveva deciso che Falcone doveva essere ucciso a Capaci in quel modo così eclatante anziché a Roma dove si spostava con una scorta “più leggera”?<br />
– Come mai un’agenzia di stampa vicina ai servizi segreti due giorni prima della strage di Capaci anticipò che stava per verificarsi un bel botto esterno per influenzare l’elezione del Presidente della</p>
<p>Repubblica in corso di svolgimento?<br />
– Chi aveva suggerito a Riina oltre alle modalità esecutive anche la tempistica della strage di Capaci?<br />
– Chi è il soggetto esterno a Cosa Nostra a cui fa riferimento il collaboratore di Giustizia Spatuzza, che assistette al caricamento dell’esplosivo nell’autovettura utilizzata per la strage di via D’Amelio?<br />
– Chi suggerì di compiere gli attentati nella notte tra il 27 ed il 28 luglio ai danni delle chiese di San Giorgio al Velabro e di San Giovanni Laterano, tenendo presente che i nomi delle chiese fossero i nomi di battesimo degli allora Presidenti di Camera e Senato, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano?</p>
<p>Ed è uno degli stessi stragisti pentitosi a dichiarare che la strage di Capaci venne attuata con quelle modalità e con quella tempistica per mettere fuori gioco Giulio Andreotti dalla Presidenza della Repubblica.</p>
<p>Credo che almeno il 50% di voi non era a conoscenza di questi piccolissimi particolari che la stampa del regime massonico vuole a tutti i costi tacere agli elettori. Ecco perché la vostra attenzione deve rivolgersi ampiamente a queste problematiche; è in gioco il vostro futuro, non un ideale astratto di Giustizia, bensì il vostro sacrosanto diritto di vivere dignitosamente da persone libere e non da servi in una democrazia incompiuta.</p>
<p>E spero di non anticipare qualche risposta alle vostre domande dicendo che ciò che ciascuno di voi può fare è pretendere, cercare e divulgare la Verità, smascherando così un’informazione fatta di propaganda e falsissimi e ridicoli annunci dei nostri politicanti perché tutte le partite più controverse e delicatissime per la nostra democrazia si giocano all’interno dei palazzi del potere anestetizzando preventivamente l’informazione.</p>
<p>Ecco perché è necessario risvegliare l’opinione pubblica da questo torpore.Occorre che ogni cittadino sia più attento a cogliere questi ed altri atti sostanzialmente lesivi della nostra democrazia come la legge bavaglio ma non solo.</p>
<p>Dobbiamo proteggere la nostra autonomia intellettuale evitando di alimentare il clientelismo con l’infamia della raccomandazione. Mafia è anche mercimonio della vostra onestà intellettuale.</p>
<p>Personalmente mi viene amaramente da ridere quando la televisione del regime ci offre la visione di qualche politico che viene a parlare ai ragazzi nei licei parlando di legalità, loro che dovrebbero invece essere i primi a spiegare ai ragazzi che la mafia non è mai stata un manipolo di violenti sbandati ma un fenomeno caratterizzato dagli intrecci di interessi comuni con i politici corrotti.</p>
<p>Prima che i nostri politici parlino di legalità ed antimafia nelle scuole, che la facciano nei posti dove sono lautamente da noi stipendiati per farla, in Parlamento, approvando poche ma risolutive leggi che stroncherebbero i rapporti tra chi ingiustamente occupa posti di potere ed i loro sodali criminali.</p>
<p>Occorre svegliarsi da questo torpore e capire che l’intreccio di interessi tra mafia e politica genera quasi tutti i mali della nostra società, l’inquinamento dell’economia soprattutto.</p>
<p>Sino a poco tempo fa definivo la nostra una finta democrazia più che una democrazia incompiuta ma forse è più idoneo parlare di soporifera dittatura che si alimenta con la corruzione e se ne frega dei poveri mentre vende armi al mondo intero. Una annichilente dittatura che ci propina menzogne per impoverirci ingrassando i bilanci delle banche dei politici e del malaffare.</p>
<p>Il fatto che sia qui, vuol dire che in fondo, nonostante le cose gravissime che vi ho detto fino ad ora, riservo speranza nella vostra voglia di andare contro questo sistema, anzi, di sfondare il muro di questo sistema perchè il prezzo che pagherete in caso di indifferenza sarà davvero altissimo e vi chiedo di considerarlo sin d’ora.</p>
<p>Penso e credo, che la cosa più bella in una società, sia l’uguaglianza fra le persone ebbene, nella catena di crimini che è in atto contro la libertà, la giustizia e il diritto, l’uguaglianza va sparendo.<br />
Tenete alto questo valore perché vi siano per tutti pari opportunità…</p>
<p>Perchè vi sia per tutti la possibilità di realizzare i propri sogni.</p>
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		<title>Secondo Nino di Matteo Mafia e Corruzione sono Complementari</title>
		<link>https://www.cosapubblica.it/nino-di-matteo-mafia-corruzione-complementari/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 25 May 2015 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mafia e corruzione sono due facce della stessa medaglia. Ne è convinto il sostituto procuratore Nino di Matteo, che qualche giorno fa ha partecipato all’incontro “Mafia, economia, corruzione”, tenutosi al Polo Didattico “Gravina” del dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. Un’occasione per fare il punto sui legami tra organizzazioni mafiose, economia e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mafia e corruzione sono due facce della stessa medaglia. Ne è convinto il sostituto procuratore Nino di Matteo, che qualche giorno fa ha partecipato all’incontro “Mafia, economia, corruzione”, tenutosi al Polo Didattico “Gravina” del dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. Un’occasione per fare il punto sui legami tra organizzazioni mafiose, economia e istituzioni.</p>
<p>La forza e la pericolosità dei legami è dimostrata da un fatto: la mafia, soprattutto quella siciliana, esercita il suo potere da centinaia di anni e lo Stato non è ancora riuscita a sconfiggere o non ha – a più livelli – espresso la volontà di farlo. L’intrusione negli affari economici e pubblici è da sempre una strategia delle organizzazioni mafiose e uno dei principali punti di forza. Nino Di Matteo constata con amarezza: “La mafia ha storicamente sempre avvertito, perché lo ha nel suo dna, la necessità di condizionare e controllare le attività della politica, della pubblica amministrazione, di infiltrarsi e impadronirsi dell’economia legale”.</p>
<p>In virtù di questo, gli approcci utilizzati fino a questo momento non sono sufficienti. Approcci, specifica il sostituto procuratore, che mirano a colpire la faccia più esposta della mafia, ma non quella più importante: “Non possiamo accettare che la lotta alla criminalità organizzata si esaurisca nella repressione dell’aspetto militare delle organizzazioni criminali mafiose, non possiamo accettare che la repressione delle organizzazioni mafiose e del metodo mafioso, si limiti alla giusta e severa repressione dei delitti tipici, come estorsioni, traffico di stupefacenti, omicidi e stragi. La mafia non è solo quella che spara, ma anche quella che ordina di sparare”.</p>
<p>Un approccio efficace sarebbe colpire il punto in cui i legami tra mafia, economia e istituzione si realizzano: i processi corruttivi. L’Italia è un paese più corrotto degli altri anche perché la legislazione in merito è molto leggera, almeno nei suoi risvolti penali. Non è un caso che la stragrande maggioranza dei condannati per corruzione non abbia mai visto il carcere.</p>
<p>Le notizie che riguardo a questo tema giungono dal mondo politico non sono incoraggianti, almeno secondo Nino Di Matteo, che ha accolto con scetticismo l’ultimo ddl anti-corruzione. “Non conosco il disegno di legge anticorruzione nei particolari quindi non do giudizi, ma le linee di fondo che auspico sono quelle che ho detto e spero che non si tratti di riforme che non incidono in maniera veramente efficace e che non si rivelino soltanto un palliativo rispetto al male” ha dichiarato a margine della presentazione del suo ultimo libro, “Collusi”.</p>
<p><em>Giuseppe Briganti</em>  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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		<title>L’Italia non è il Paese più corrotto d’Europa (forse!)</title>
		<link>https://www.cosapubblica.it/italia-non-paese-corrotto-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2015 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha fatto scalpore, ma nemmeno tanto, l’ultimo rapporto pubblicato da Trasparency International, l’ente internazionale che si occupa di misurare la corruzione nel mondo. Il risultato per l’Italia è impietoso che più impietoso non si può. Siamo il paese più corrotto d’Europa. Bulgaria e Romania, cenerentole del Continente per decenni, ci hanno sorpassato. In verità non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ha fatto scalpore, ma nemmeno tanto, l’ultimo rapporto pubblicato da <strong>Trasparency International</strong>, l’ente internazionale che si occupa di misurare la corruzione nel mondo. Il risultato per l’Italia è impietoso che più impietoso non si può. Siamo il paese più corrotto d’Europa. <strong>Bulgaria</strong> e <strong>Romania,</strong> cenerentole del Continente per decenni, ci hanno sorpassato. In verità non è il Bel Paese a essere peggiorato, piuttosto loro ad aver acquisito punti. Ma tant’è: <strong>gli italiani sono i più corrotti di tutti.</strong></p>
<p>D’altronde, per quanto triste, il rapporto ben si abbina al clamore mediatico generato dai fatti di Roma. Proprio mentre l’Italia dichiarava al mondo intero che la propria apitale era dominata dalla mafia, dall’estero confermavano che il marcio ha raggiunto livelli insopportabili.</p>
<p>Fin qui, tutto chiaro. Quasi fisiologico. Eppure c’è qualcosa che non va. Un particolare fuori posto, nemmeno tanto piccolo. Anzi, così importante da far crollare alcune certezze come, appunto, il primato dell’Italia in fatto di corruzione.</p>
<p><strong>La verità, se la vogliamo vedere da un punto di vista forse più oggettivo, è che l’Italia non è il paese più corrotto d’Europa</strong>. O meglio, potrebbe esserlo, ma a dimostrarlo non è il rapporto di Trasparency International. Viziato da una metodologia che non può avere alcun riscontro specifico, offre un ritratto parziale, millantando una completezza che non gli appartiene. Cosa c’è di sbagliato? Semplicemente, la classifica è – per stessa ammissioni di chi l’ha compilata – estremamente soggettiva. Non c’è nessun dato incontrovertibile dietro. Solo opinioni. Il problema è che, a questo punto, è necessario capire chi ha pronunciato queste opinioni e su quali basi, anche perché basta cambiare il pulpito per cambiare il giudizio. E visto che di mezzo c’è la reputazione di un paese, non si tratta di qualcosa da prendere alla leggera.</p>
<p>L’indagine di <strong>Trasparency International</strong> non ha studiato il livello di corruzione nei vari paesi, ma il livello di corruzione percepita dalla popolazione. In questo modo, ad entrare in gioco sono altre dinamiche che poco c’entrano con la legalità.</p>
<p>Una dinamica che sicuramente ha sporcato il risultato finale è rappresentata dal grado di autostima delle varie popolazioni interpellate. Gli statunitensi sono patriottici per definizioni, e dunque orgogliosissimi di appartenere agli Stati Uniti, come avrebbero mai potuto affermare che il loro è un paese corrotto? Discorso opposto per gli italiani. A noi piace lamentarci, fare i pessimisti. Questo è praticamente un dato di fatto. <strong>Prendiamo la sanità: a livello di welfare, la sanità italiana è tra le migliori in Italia, eppure il 67% dei cittadini del Bel Paese si dice insoddisfatto</strong>. La verità è che per capire quale paese sia più corrotto di un altro occorre rivolgere lo sguardo altrove. C’è un interessante studio, certo non esteso ma impeccabile dal punto di vista della metodologia: quello di Friedrich Schneider, professore all’Università di Linz.</p>
<p>La sorpresa è grande: la Germania, almeno in termini assoluti, è il paese più corrotto d’Europa: 280 miliardi è il denaro che ogni anno va a finire nelle tangenti. In Italia siamo fermi a 350. Eppure, le condanne tedesche non superano le due centinaia all’anno, mentre quelle italiane sono quasi 800. Quindi, nemmeno dal punto di vista della lotta alla corruzione i tedeschi sono migliori di noi. A giudicare da questi numeri, sembra addirittura che non sappiano nemmeno di avere così tanta corruzione in casa. E la beffa è che proprio questa mancanza con tutta probabilità ha spinto in alto la Germania nella classifica di Trasparence International.</p>
<p><em>Giuseppe Briganti</em>  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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		<title>Le 3 ragioni per cui la Corruzione in Italia è sistemica</title>
		<link>https://www.cosapubblica.it/3-ragioni-corruzione-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La corruzione è in tutti i paesi. Non deve essere una giustificazione, sebbene da molti sia considerata tale, a volte nemmeno tanto implicitamente. E’ vero anche che in Italia il problema acquisisce dimensioni enormi, ben più considerevoli che in altri paesi. La domanda, banale ma a cui è arduo rispondere, è la seguente: perché? Spiegare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La corruzione è in tutti i paesi. Non deve essere una giustificazione, sebbene da molti sia considerata tale, a volte nemmeno tanto implicitamente.</p>
<p>E’ vero anche che in Italia il <strong>problema acquisisce dimensioni enormi</strong>, ben più considerevoli che in altri paesi. La domanda, banale ma a cui è arduo rispondere, è la seguente: perché? Spiegare l’ampiezza e la profondità del fenomeno corruttivo dando la colpa alla mentalità degli italiani è offensivo e razzista. Esistono ragioni più concrete, oggettive.</p>
<h2>Le leggi</h2>
<p>Molto semplice. <strong>Le leggi italiane favoriscono i comportamenti corruttivi.</strong> Non è stato sempre così, ma la qualità del nostro sistema normativo, almeno limitatamente all’argomento corruzione, è stata compromessa dall’azione scellerata dei Governi che si sono succeduti in questi venti anni. Possiamo affermare senza tema di smentita che il centrodestra ha fatto i maggiori danni, e il centrosinistra ha evitato in tutti e modi di risolverli (quando ne aveva il potere). La responsabilità è dunque condivisa.</p>
<p>Il nodo cruciale è rappresentato dalle <strong>leggi ad personam</strong>. Purtroppo fanno parte della storia degli ultimi anni. Per risolvere i problemi di una persona è stato messo in crisi un sistema che fronteggiava già alcune pesanti difficoltà. L’esempio più lampante è rappresentato dalla depenalizzazione del falso in bilancio.</p>
<p>Tuttavia è tutto il corpo normativo – sempre relativamente alla corruzione – a lasciare a desiderare. La conseguenza è che la percezione sulla punibilità dei reati di corruzione è molto bassa, e quindi viene meno l’elemento di deterrenza.</p>
<p>Se il ladro sa che sarà impunito, chi lo farà desistere dal rubare?</p>
<h2>Meccanismi di selezione della classe dirigente</h2>
<p>Se la leggi lasciano a desiderare è colpa soprattutto della classe dirigente e dei meccanismi di selezione della stessa. Siamo di fronte al classico caso del gatto che si morde la coda. <strong>La corruzione compromette il processo di selezione</strong>, e la classe dirigente che ne esce fuori non fa nulla o addirittura favorisce il proliferare della corruzione.</p>
<p>La politica è una questione di <a href="https://www.cosapubblica.it/contatti/">contatti</a>, perché sono i contatti che determinano l’ampiezza del bacino di voti. Il problema risiede nel fatto che sono i corrotti ad avere il numero di contatti maggiori, e soprattutto quelli in grado di garantire voti maggiori (imprenditori, altri amministratori etc). Dunque, fanno carriera proprio coloro che non dovrebbero farla. Un esempio di questo scenario è rappresentato da Fiorito: corrottissimo, eppure votato da decine di migliaia di persone.</p>
<h2>La criminalità organizzata</h2>
<p>E’ questo il vero fattore che contraddistingue l’Italia. <strong>La mafia è presente in molti paesi ma da noi è sistemica.</strong></p>
<p>Il ruolo della criminalità organizzata nei confronti della corruzione è quello di catalizzatore. I mafiosi hanno un estremo bisogno di riciclare il denaro e per farlo devono intrecciare relazioni con imprenditori e amministratori. Gli imprenditori servono a dare il là a quei processi commerciali utili al riciclaggio, gli amministratori tornano invece utili in fase di occultamento o di intermediazione. E’ ovvio come questo triangolo del male imprenditoria-mafia-politica aumenti a dismisura l’offerta di tangenti, che hanno lo scopo di garantire dalle cosche il sostegno tanto delle imprese quanto degli amministratori.</p>
<p><em>Giuseppe Briganti</em>  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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		<title>Quanto sono utili i lavoratori forzati?</title>
		<link>https://www.cosapubblica.it/lavoratori-forzati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Dec 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica 30 novembre ha fatto scalpore un servizio di Report in cui si perorava la causa dei lavoratori forzati. La tesi proposta in quei pochi minuti di televisione è la necessità di cambiare il trattamento dei detenuti. Dal momento che costano molto e sono per nulla produttivi, sarebbe meglio re-introdurre i lavori forzati. Ovviamente, la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica 30 novembre ha fatto scalpore un servizio di <a href="http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-3d84ad6e-f239-4434-befd-4f3fb9ff1d10.html" rel="nofollow" target="_blank" class="external external_icon"><strong>Report</strong></a> in cui si perorava la causa dei <strong>lavoratori forzati</strong>. La tesi proposta in quei pochi minuti di televisione è la necessità di cambiare il trattamento dei detenuti. Dal momento che costano molto e sono per nulla produttivi, sarebbe meglio re-introdurre i lavori forzati. Ovviamente, la Gabanelli né il giornalista non hanno utilizzato questo termine ma la sostanza rimane quella.</p>
<p><strong>Difficile, in prima battuta, essere in disaccordo con questo orientamento</strong>. Il pensiero dei cittadini, la maggior parte di essa almeno, vorrebbe che i detenuti venissero impiegati in opere di pubblica utilità. Sono due le argomentazioni a sostegno di ciò. In primo luogo, la necessità per lo Stato di risparmiare: <strong>le opere pubbliche vanno fatte ma spesso mancano i soldi</strong>. In secondo luogo, il fatto che<strong> il pubblico spende circa 4.000 euro al mese per mantenere un singolo detenuto</strong>.</p>
<p>Sono in verità analisi superficiali, di pancia. Insomma, poco lungimiranti. Gli effetti collaterali dei lavori forzati sarebbero di gran lunga più impattanti dei vantaggi. Più contro che pro.</p>
<p>In particolare, i <strong>rischi</strong> sono quattro .</p>
<ol>
<li><strong>I lavori forzati getterebbero buona parte dei lavoratori in uno stato di povertà</strong>. Può sembrare un controsenso. Non servivano a migliorare la situazione economica del Paese? Il danno invece ci sarebbe, e pure grosso. La questione ha a che fare con la competitività. I lavoratori manuali italiani rimarrebbero semplicemente a casa, senza lavoro. I datori di lavoro, infatti, potendo scegliere tra un detenuto “gratis” e un cittadino libero e onesto, ma costoso, opterebbero per la prima scelta. Insomma, concorrenza sleale.</li>
<li><strong>I costi per la sicurezza sarebbero troppo onerosi</strong>. I detenuti, si sa, tendono a fuggire. Se gli si dà la possibilità di farlo, o li si inserisce in un contesto in cui la probabilità di riuscita della fuga è più alta, la situazione può diventare insostenibile. E’ necessario quindi dislocare forze dell’ordine per sorvegliare il detenuto-lavoratore. E’ sgradevole utilizzare polizia e carabinieri per fare la guardia a un criminale solo perché questi sta lavorando, ma in ogni caso le risorse necessarie per garantire la sicurezza e prevenire le “evasioni” sarebbero veramente troppo ingenti.</li>
<li><strong>Si ritornerebbe al Medioevo</strong>. Non è una questione di poco conto. I venti della precarietà spirano forti, non è necessario sottrarre ulteriori diritti. Perché i lavori forzati, sia ben chiaro, rappresentano un arretramento. Si tratta semplicemente se il fine (problemi economici e finanziari) giustificano i mezzi (compromissione del diritto del lavoro).</li>
<li><strong>Non si favorirebbe l’inserimento sociale</strong>. Il lavoro per i detenuti c’è gia. Ma non è un lavoro “offerto” a scopo prettamente economico. Non è uno strumento per sanare i bilanci – come invece i fautori dei lavori forzati auspicano – bensì un mezzo attraverso il quale inserirsi, ritornare a fare parte della società. Se privassimo il lavoro di questa accezione positiva, crescerebbe a dismisura la sensazione, nei detenuti, di essere sfruttati. Monterebbe la rabbia, l’indignazione – per essere trattati come schiavi e non come essere umani – con conseguenze nefaste per la questione della recidiva. Un lavoratore forzato non può essere una persona felice, e una persona triste e arrabbiata non ha gli strumenti adatti per scendere a compromessi con le sue abitudini (criminali) e reintegrarsi nella società.</li>
</ol>
<p><em>Giuseppe Briganti</em>  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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		<title>Periferie in rivolta, ecco i nomi dei colpevoli</title>
		<link>https://www.cosapubblica.it/periferie-rivolta-colpevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima o poi doveva accadere. Come un immenso fiume di lava che preme dalle viscere della terra, il disagio nelle periferie è esploso tutto in un colpo. Catalizzatori, una crisi economica senza fine e l’assenza dello Stato. In squallidi quartieri tutti cemento e graffiti, milioni di persone sono costrette a sopportare un’esistenza compromessa dall’alienazione, da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Prima o poi doveva accadere. Come un immenso fiume di lava che preme dalle viscere della terra,<strong> il disagio nelle periferie è esploso tutto in un colpo</strong>. Catalizzatori, una crisi economica senza fine e l’assenza dello Stato.</p>
<p>In squallidi quartieri tutti cemento e graffiti, <strong>milioni di persone sono costrette a sopportare un’esistenza compromessa dall’alienazione, da quel senso di estraneità a tutto – e nello specifico alla vita sociale del Paese – che è causato dall’assenza totale di servizi</strong>. Tutto ha avuto inizio da Tor Sapienza, quartiere ai margini di Roma, teatro dello scontro tra la popolazione locale e i rifugiati in un centro di accoglienza. I secondi sono accusati di essere responsabili del degrado (sporcizia, spaccio, prostituzione). I primi sono accusati di razzismo.</p>
<p>Poi è stato il turno di Milano. <strong>Molti quartieri si sono ribellati all’occupazione di alcune case popolari da parte degli immigrati</strong>. In particolare in zona Lorenteggio e nel nord-est si sono registrati scontri molto accesi che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine.</p>
<p><strong>Di chi è la colpa?</strong> Sono tanti i fattori in gioco. In primo luogo la crisi, anche se può essere considerata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ad agire in sottotraccia è stata l’esasperazione causata dalla pessima gestione del territorio. Gestione che affonda le sue radici in un approccio negativo all’urbanistica. E’ la struttura stessa delle periferie ad aver creato i presupposti per il disagio.</p>
<p>Cemento su cemento. Assenza di verde pubblico. Zero asili nido, scuole, piazze o punti di incontro. Palazzoni grigi, costruiti con poco raziocinio, pensati per ospitare – nella migliore delle ipotesi – gruppi eterogenei di persone. E si sa, in questi casi la diversità può essere veicolo di tensioni sociali. Se si pone la questione su questo piano, è facile individuare i responsabili. Dal punto di vista politico è responsabile la sinistra. Le periferie teatro delle rivolte sono state costruite negli anni Sessanta e Settanta.</p>
<p>All’epoca governava il centrosinistra (democristiani, socialdemocratici, socialisti) mentre l’egemonia culturale, che si esprimeva anche in ambito architettonica, era in mano alla “sinistra-sinistra”. L’impronta, vista l’epoca, era addirittura sovietica. Da questo approccio sono nati i <strong>quartieri-alveari</strong>. Dal punto si vista individuale, è altrettanto facile individuare i nomi. Vittorio Gregotti, per esempio, ha progettato lo Zen di Palermo. Mario Fiorentino ha progettato il Corviale di Roma. Franz di Salvo, Le Vele di Scampia e via discorrendo.</p>
<p>All’epoca, l’unico a tuonare contro lo scempio è stato Massimiliano Fuksas. Interrogato oggi ha risposto: “L’errore era nell’idea di partenza: aggregare artificiosamente persone estranee che spesso non si amano e spesso finiscono, assieme, per odiare te e chi li ha deportati in quel luogo estraneo e rigido”.</p>
<p>A rincarare la dose è stato di recente anche uno scrittore, Pierangelo Buttafuoco, che ha sentenziato: “L’ideologia della sinistra collettivista è la vera responsabile. L’ossessione totalitaria di creare ghetti pulviscolari cui destinare sacche di popolazione da indottrinare, eventualmente, dopo. Non a caso Tor Sapienza è un quartiere a tradizione comunista, uno dei posti chiave della mobilitazione di sinistra. Il mito architettonico della città ideale si è incarnato in palazzoni e colate di cemento. Luoghi dove la gente vive come se fosse infilata negli scaffali”.</p>
<p><em>Giuseppe Briganti</em>  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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		<title>Mafia in Lombardia, le rivelazioni di Ilda Boccassini</title>
		<link>https://www.cosapubblica.it/mafia-lombardia-rivelazioni-ilda-boccassini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una recente intervista al Messaggero, Ilda Boccassini, capo della Dda di Milano, ha descritto forme e contenuti della mafia in Lombardia. Il ritratto che ha il magistrato ha disegnato della presenza mafiosa nella Regione più ricca d’Italia è assieme sconfortante e suggestivo. Sconfortante perché rivela un particolare: la mafia, dove per mafia si intende [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In una recente intervista al Messaggero, <strong>Ilda Boccassini,</strong> capo della Dda di Milano, ha descritto forme e contenuti della <strong>mafia</strong> <strong>in Lombardia.</strong> Il ritratto che ha il magistrato ha disegnato della presenza mafiosa nella Regione più ricca d’Italia è assieme sconfortante e suggestivo.</p>
<p>Sconfortante perché rivela un particolare: <strong>la mafia, dove per mafia si intende soprattutto la ‘Ndrangheta, gode di una presenza notevole non solo quantitativamente ma anche qualitativamente. Non c’è differenza tra gli ‘ndranghetisti calabrese e quelli milanesi.</strong></p>
<p>Suggestiva perché, a dispetto di qualsiasi previsione, la mafia calabrese è “emigrata” in Lombardia conservando tutto il suo bagaglio di riti squallidi e indegni. Riti che si conservano intatti da almeno duecento anni. A sentire parlare la Boccassini, sembra che il lato più oscuro del XIX secolo italiano getti la propria ombria nello scenario post-moderno offerto in una Milano non più da bere, ma ormai in preda a un declino dal quale è difficile uscirne.</p>
<p><strong>“Dal 1800 la ‘Ndrangheta è sempre quella” ha dichiarato lapidaria Ilda Boccassini.</strong></p>
<p>Se lo dice lei, possiamo fidarci. Le indagini da lei condotte a partire dal 2012, oltre a produrre 40 richieste di custodia cautelare solo nel mese di novembre, sono andate così in profondità da trasformarsi in un vero e proprio documentario sulla mafia. <strong>Dalle intercettazioni è emerso l’insieme di rituali che ancora oggi, pure in Lombardia, “crea” gli affiliati. Oggi come ieri la ‘Ndrangheta obbliga alla fedeltà cieca e assoluta, all’omertà, alla dedizione alla causa mafiosa, anche a costo della morte.</strong> Per chi tradisce non c’è alternativa: o si muore o si muore. Tra i particolari più scabrosi spicca il giuramento che gli “adepti” pronunciano quando promettono fedeltà alla cosca. Vengono utilizzati oggetti dal forte richiamo massonico come coltelli, fazzoletti, aghi. Vengono evocati personaggi che, almeno all’apparenza, nulla potrebbero avere a che fare con la criminalità organizzata: Mazzini, Garibaldi, La Marmora. A spiegare il significato di questi riferimenti inusuali è stata la stessa Ilda Boccassini: “Nominare i padri dell’unità d’Italia è un fatto di responsabilizzazione: se commetti un errore o un grave torto non sarai giudicato da altri, ma hai una sola possibilità: la morte. La morte che avviene non per omicidio, ma per suicidio. Sì, dalla mafia si esce solo ingurgitando il veleno.</p>
<p>Il cerimoniale si compone anche di queste parole, che suonano come un sinistro avvertimento: “<em><strong>Dovete essere voi a sapere che avete fatto la trascuranza. Giudicate voi quale strada dovete seguire. Per quanti colpi ha la vostra pistola in canna, ne dovete sempre salvare uno</strong></em>”. Da questo punto di vista, l’alternativa comunque c’è: una pastiglia di cianuro, e le redenzione è fatta. A salire in cattedra, comunque, sono le cosche brianzole. Queste si sono rese responsabili di 17 episodi di intimidazione nei confronti dei di politici locali e oltre 500 estorsioni tra il 2008 e il 2014.</p>
<p>A soffrire delle angherie mafiose, però, sono soprattutto gli imprenditori. Sono in molti a finire nella loro rete, soprattutto quando devono riscuotere dei debiti. Il motivo è semplice. Ha spiegato la stessa Boccassini: “La sfiducia per lo Stato manifestata dagli imprenditori gioca un ruolo determinante. La vittima, invece di rivolgersi allo Stato, si affida al mafioso che è in grado di proteggerlo e di costringere il debitore a pagare. Senza rendersi conto che in tal modo si pone in un meccanismo perverso che lo travolgerà”.</p>
<p><em>Giuseppe Briganti</em>  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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		<title>L’Italia va a fondo: alluvioni come metafore di un Paese corrotto</title>
		<link>https://www.cosapubblica.it/italia-alluvioni-metafore-paese-corrotto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi siete mai chiesti perché ogni volta che piove un po’ più del solito finiamo sott’acqua o addirittura nel fango? Sicuramente sì. E sicuramente la risposta, quasi retorica, è racchiusa nella classica frase: “Piove, governo ladro“. In questi giorni ancora, a ripetizione, stiamo vivendo tragedie grandi e piccole di intere regioni stremate dall’acqua e dal [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Vi siete mai chiesti perché ogni volta che piove un po’ più del solito finiamo sott’acqua o addirittura nel fango? Sicuramente sì. E sicuramente la risposta, quasi retorica, è racchiusa nella classica frase: “<strong>Piove, governo ladro</strong>“.</p>
<p>In questi giorni ancora, a ripetizione, stiamo vivendo tragedie grandi e piccole di intere regioni stremate dall’acqua e dal fango. La <strong>Liguria</strong>, regione ad alta concentrazione mafiosa e di abusivismo edilizio, il <strong>Piemonte</strong> (vedi appena sopra), la <strong>Lombardia</strong> (idem).</p>
<p>In quelle tragedie, nei feriti, nei morti, nei negozi e nelle imprese allagate e distrutte, è racchiusa la metafora dell’Italia che cola a picco, economicamente e finanziariamente. <strong>Ma c’è anche la metafora di un’Italia ancora troppo anestetizzata dall’ignoranza che i corrotti hanno creato ad arte nei decenni, al punto che ancora nessuno comprende perché davvero andiamo a fondo e, soprattutto, la necessità di dover realmente iniziare a reagire.</strong></p>
<p>Purtroppo l’origine di queste alluvioni – e non solo – è la <strong>corruzione</strong>. Se nei decenni i nostri amministratori pubblici si fossero davvero preoccupati di salvaguardare il Paese più bello e ricco del mondo, il suo territorio fragile, le sue menti migliori e i suoi fiumi e monti, non saremmo in queste condizioni. Invece no, e i numeri lo dicono oltre alle classifiche internazionali: hanno pensato a depredare quel Paese. Nel tempo delle vacche grasse noi cittadini onesti e anestetizzati abbiamo anche creduto alle false illusioni costruite ad arte, abbiamo creduto che forse si voleva far crescere l’Italia e gli italiani. Poi tutto questo si è rivelato un’illusione e l’acqua di Giove pluvio ha voluto imperiosamente ricordarci che non è così, che ci hanno distrutti e che dobbiamo svegliarci da quell’anestesia culturale.</p>
<p>Svegliarci significa pretendere che i ladri al potere ci restituiscano il maltolto. Sarebbe sufficiente la metà per risistemare argini e territori. E poi significa ricostruire il Paese non solo materialmente – come sappiamo fare per la nostra città allagata o la nostra casa – ma anche socialmente, moralmente ed economicamente. Via tutti questi ladri, questi funzionari incapaci messi nei posti cardine senza merito e con corcorsi truccati. Risvegliamoci e forse la melma non ci passerà sopra. <strong>Altrimenti non ci resterà che fuggire altrove, chi può, oppure affogare come topi.</strong></p>
<p>Laura Marinaro  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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		<item>
		<title>L’Aquila, l’assoluzione della Grandi Rischi rimette in luce la malattia del Paese: la corruzione</title>
		<link>https://www.cosapubblica.it/aquila-assoluzione-grandi-rischi-malattia-paese-corruzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.cosapubblica.it/aquila-assoluzione-grandi-rischi-malattia-paese-corruzione/3431/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dopo la sentenza d’appello di assoluzione “perché il fatto non sussiste”, il sindaco Cialente parla di Paese anestetizzato (forse volendo dire magistratura anestetizzata?, ndr). Noi di CosaPubblica non crediamo di essere vittime di anestesie culturali soltanto in questo Paese, anestesie che ci hanno provocato l’impossibilità di comprendere l’origine di questi mali e di questi lutti, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la sentenza d’appello di assoluzione “perché il fatto non sussiste”, il sindaco Cialente parla di <strong>Paese anestetizzato</strong> (forse volendo dire magistratura anestetizzata?, ndr). Noi di CosaPubblica non crediamo di essere vittime di anestesie culturali soltanto in questo Paese, anestesie che ci hanno provocato l’impossibilità di comprendere l’origine di questi mali e di questi lutti, e siamo certi di essere gravemente malati di corruzione politica e amministrativa. Se a L’Aquila è successo quell’enorme tragedia che poi si è ripetuta a Genova due anni fa e in questi giorni, e ancora nelle Marche, in Veneto, in Piemonte, in Emilia e non solo, la causa è sempre la corruzione. <strong>La corruzione corrode persino la mente di chi dovrebbe progettare un’opera pubblica con tutti i crismi della sicurezza, la corruzione corrode le vere risorse per affrontare una volta per tutte il famoso “dissesto idrogeologico” che ci attanaglia.</strong></p>
<p>Se in questi decenni (e parlo già dagli anni ’50, anche se in minor parte) non si fosse rubato a tutto spiano nei comuni, nelle province, nelle regioni, nelle società partecipate, forse non ci troveremmo nella situazione di non avere soldi per affrontare le emergenze e soprattutto di morire. E questa volta di morire non solo di fame ma anche annegati o sotto una frana o sotto le macerie di una scuola.</p>
<p><strong>È ora di dire basta e di affrontare il problema alla radice non quando è troppo tardi</strong>. Ovvio che non lo possono fare i cittadini da soli, o la magistratura quando già il reato si è consumato. Il cambiamento è a monte. Nella trasparenza totale di cosa succede. Se noi tutti potessimo cotrollare cosa accade ai nostri soldi (pubblici) e come davvero vengono impiegati per la nostra sicurezza, forse si abbasserebbe il livello di latrocinio. Certo, oggi è già una situazione di emergenza che viviamo perché di risorse da succhiare per i ladri ne sono rimaste poche, allora almeno ribelliamoci. Insieme ai parenti dei morti de L’Aquila tutti gli altri italiani devono unirsi nell’unico urlo di ribellione: Vergogna, basta a rubare!.</p>
<p>Laura Marinaro  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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		<title>Confindustria ci scopre sempre l’acqua calda</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Feb 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Evviva!!! Confindustria si accorge che si possono risparmiare soldi tagliando i costi della politica. Taglio di un terzo di indennità (e perché non gli stipendi?), riforma delle pensioni ( e perché non ricalcolare anche quelle già concesse con lo stesso metro usato per tutti gli altri?), ridimensionare il nomero dei politici (così i controlli già [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Evviva!!! Confindustria si accorge che si possono risparmiare soldi tagliando i costi della politica. Taglio di un terzo di indennità (e perché non gli stipendi?), riforma delle pensioni ( e perché non ricalcolare anche quelle già concesse con lo stesso metro usato per tutti gli altri?), ridimensionare il nomero dei politici (così i controlli già ridotti al lumicino si azzerano del tutto!), abolire i contributi ai gruppi e altre spese (ma gente abituata ad amministrare dovrebbe sapere che è la lista delle spese che si deve far vedere e controllare). Poi conclude con il solito “meno burocrazia per crescere”, e neanche una parola sulla corruzione. Riducendola si risparmierebbero altro che un miliardo: centinaia. E confindustria lo sa molto bene! Ma della corruzione ne soffre il tabù, e qualche suo associato ne gode da sempre i frutti.</p>
<p>Piero Di Caterina/ CosaPubblica</p>
<p>16/02/2013  <!--codes_iframe--><!--/codes_iframe--></p>
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