Saverio Masi: nel Sistema dei Corrotti Non c’è Spazio per Uomini Retti

La vicenda del Maresciallo Saverio Masi, oggi capo scorta del Pm Nino Di Matteo, è simbolica di come un Paese, ridotto all’osso dalla corruzione, finisca per mettere alla sbarra chi compie il proprio dovere dentro le istituzioni. Questa è la storia di un uomo dell’arma approdato a Palermo dopo una brillante azione repressiva contro la camorra, con la volontà di collaborare alle indagini per la cattura del boss, allora più ricercato: Bernardo Provenzano.

La sua capacità e il suo intuito investigativo lo portano nel giro di pochi mesi sulle tracce dell’allora capo di cosa nostra. Tutto procede e l’arresto sembra imminente, ma scatta un ordine dei suoi superiori e il Maresciallo è costretto a desistere dalla cattura. Tutto risulta incomprensibile, mesi di ricerche vanificate da un ordine che non trova spiegazione alcuna e davanti all’ostinazione del Maresciallo, i superiori iniziano a giocare a carte scoperte: «Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Ti devi fermare!».

Queste le parole che tolgono ogni dubbio sulla reale intenzione dell’arma e ancora : «Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella?» Il tutto messo a verbale nero su bianco – Saverio Masi oggi è testimone nel processo sulla trattativa.

Ci sono purtroppo altri avvenimenti che si aggiungono ai fatti sopra citati. Nel 2004, a Bagheria, il Maresciallo Masi sfiora uno scontro in macchina con Messina Denaro. Lo riconosce. Il boss sta per entrare in una villa dove c’è una donna ad aspettarlo.. Annota tutto in una relazione e chiede ai superiori i mezzi per procedere nelle indagini. La risposta è, anche in questo caso, sconvolgente. Gli i chiedono di omettere nella relazione presentata, l’identità del proprietario della villa e l’identità della donna li presente.. 

Le denunce di tali fatti, approdate alla procura di Palermo, sono gravissime e si aggiungono alle denunce e alle testimonianze di altri persone fra collaboratori di giustizia e uomini dell’arma. Il tutto delinea uno scenario raccapricciante. Mentre tutta Italia confidava nella ricerca della verità sulle stragi che hanno insanguinato la Sicilia e l’Italia negli anni 90, un corpo delle istituzioni remava contro la cattura di boss che quelle stragi avevano progettato.

Al dramma nazionale di questo scenario, si aggiunge il dramma personale di un uomo che oggi rischia di essere radiato dall’arma per aver chiesto l’annullamento di una multa di 106 euro presa con un’auto privata usata durante un’indagine. Il superiore che l’ha denunciato ha dichiarato che quel giorno Masi non era in servizio. Per Masi è scattata la condanna, anche in appello, ma durante il processo i giudici hanno confermato che lui era in servizio. Questo può essere plausibile ? E allora perché è stato condannato ? La chiave di lettura che si può dedurre, è che questo processo farsa, serve solo a intimidire il Maresciallo, a fargli sentire il peso delle testimonianze che si appresta a portare al processo sulla trattativa in corso a Palermo. 

Ricordiamo che nei fatti riguardanti Cosa Nostra e lo Stato, ci sono parecchi lati oscuri, i più eclatanti oltre al mancato arresto di Bernardo Provenzano: il covo di Riina fu lasciato incustodito dopo la sua cattura, il papello scritto da Riina, ritrovato nella cassaforte di Massimo Ciancimino non conobbe luce per motivi che attendiamo di conoscere. Ma ricordiamo soprattutto, che anche se non ci sono fatti penalmente rilevanti intorno a queste “mancanze di zelo” (?) sembra incomprensibile che suddetti fatti, non abbiano impedito promozioni e poltrone eccellenti e danarose a chi si è dimostrato cosi “poco attento”. Il merito è considerato in senso contrario in questo Paese?

CosaPubblica manifesta il proprio sostegno al Maresciallo Masi, soprattutto in vista della sentenza in Cassazione che sarà emessa il 24 aprile. Confidiamo in giudici assennati e servitori sinceri della Costituzione. Confidiamo nel riesame degli atti; i giudici che hanno emesso la condanna, hanno persino impedito la presentazione di verbali a testimonianza della buona fede di Masi e questo non può che risultare inaccettabile. A maggior ragione dopo aver appurato che quella multa è stata presa durante un’azione di servizio. A maggior ragione considerando che il Maresciallo Masi ha dimostrato di aver più volte messo soldi di tasca propria, spese che competevano all’arma, è al solo fine di velocizzare il suo lavoro senza attendere i tempi, sempre più assurdi, delle istituzioni.

Il Pm Nino Di Matteo ha sempre mantenuto alta la fiducia nel suo capo scorta, manifestandola pubblicamente. CosaPubblica si unisce al Pm e a tutti i pezzi della società civile che in tutta Italia si apprestano a fare sit in di solidarietà al Maresciallo, il 17 aprile. Questo e purtroppo molti altri fatti, ci inducono a pensare che in questo nostro sciagurato Paese, l’onestà è una malattia e la corruzione morale, l’unico mezzo per campare tranquilli.Pagina

Francesca Scoleri

 

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